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cinquantaparole

Ho bruciato il ritratto
di Dorian
Ho schiodato Maddalena
Ho liberato l’agnello
Ho vomitato le lucertole
Ora il lupo viaggia tra le pecore senza travestimento

Ho bruciato il film
Ho versato la melassa nel lavandino
Ho massaggiato la mia bocca col miele
Perché le lacrime non generino più fantasmi

vuoto

sessantaparole

Sono il paesaggio dopo la grandine
non manca niente
ma quello che c’è è frammentato
disperso separato

Sono il paesaggio dopo la bufera
pensieri strappati via
e portati lontano

Sono il paesaggio dopo la siccità
pensieri polverosi e disidratati
che impastano la bocca e le pupille

Sono il paesaggio imbiancato
che attende sotto un morbido cuscino
il risveglio dell’anima

vuoto

ventinoveparole

Mi chiamo Gray
sono stato George
sono stato Dorian
aculei sul cuore
e nel cervello
paure sopite
ritrovate in cornice
scuciture della vita
per me ora
solo la danza

vuoto

diciottoparole

Uomo con un pugno di mosche
hai aperto la mano
e sul tuo palmo
solo solchi
senza seme

vuoto

sessantanoveparole

Canto di Sirene
nella testa
canto mellifluo
canto melato
canto adatto a riempire
la vanità
Sirene incanto
del canto
Sirene che urlano
Sirene che straziano
la mia immaginazione
Fattura malia dolore
incanto licitazione
Sirene nenia
sortilegio per i sensi in allarme
Sirene di Varèse
incantamento dell’anima
Sirene voce seducente al telefono
che si insinua e stordisce
Sirene metà donna metà pesce
Dovrò friggervi nell’olio
della mia indifferenza

vuoto

ventiparole

Le divinità azteche
del mio camino
vibrano alla danza dei lapilli
mani devote le sfiorano
in una carezza che consuma

vuoto

ottantadueparole

Mi hai regalato
un foglio e i colori
tutti i colori del buio
hai detto disegna la vita
la vita
il sibilo del nastro che
più non avanza
la testa del figlio mozzata
brandelli sulle rotaie
Annuška ha di già versato l’olio
e tu col sacchetto
che ricomponi quel puzzle
fuori la pioggia rimarca
l’invFerno del nostro trasalimento
un pensiero mi attraversa la vita
cammina fedele al mio fianco
il coccodrillo ha ingoiato se stesso
la tigre divorerà il buio

vuoto

quarantaseiparole

Salomone dal suo regno monferrino
decretò “dividetelo”
e l’androgino fu spezzato
i mangiatori di bolo scioperarono
chiedevano sempre di più
ora volevano il chimo
e dall’occhio del ciclone io
spargevo energia
da raccattarsi a piene mani
ma nel centro
solo la paura del quotidiano

vuoto

trentunoparole

Hai svolazzato attratto
dal cero acceso
dell’ipocrisia
un bagliore e
le tue ali
sono andate in fumo
hai cambiato vita
ti aggiri su
pavimenti polverosi
senza un’ipotesi di volo

vuoto

trentanoveparole

Grimilde è tornata allo specchio
ha visto se stessa sconfitta
è l’altra che ha vinto la gara
a nulla le è valsa la sua intelligenza
né il magico che la circonda
un’ultima pozione
ora prepara per sé

vuoto

duecentounoparole

estirpando le erbacce del giardino
ho pensato ancora a te
forse sei stata l’erba cattiva
autoseminante
ho pensato a te mentre ti occupi
delle tue sterili ortensie
nel piatto deserto delle nebbie
al tuo gatto castrato che
ironia della sorte, hai chiamato
tigre
anche tu tigre castrata
nell’animo e nel fisico
per aver sposata
la comoda ipocrisia
amante azzurrina celata dietro
un cristallo
visione distorta del mondo
dal tuo quieto acquario privo di onde
anelare all’infinito
sbattendo le pinne nelle pareti
nuotando verso la superficie
al minimo avvicinarsi d’ombre
vorrei rompere quel vetro
disperderti nel mare
non pensarti più
ma sei un animale domestico
vivresti nella pozza d’acqua
sul pavimento
trasformeresti le tue branchie in narici
ho sognato il lupo cronos e non mi ha morso
ho steso la mano e lui docile
si è fatto accarezzare
il tuo codiceasbarre dice tre per due
hai amato l’androgino
ne hai costruito uno siamese
ma il coltello del chirurgo
ha tagliate via
le parti senza speranza
l’animale oscuro si è presentato
al mio cancello
immobile nella fissità della notte
ho incontrato i suoi occhi luminescenti
ho nuotato sotto la sua palpebra
per conoscere il suo segreto

vuoto

novantacinqueparole

Come parca parca,
non hai tagliato il filo,
ma lo hai sfilacciato con costanza
fino alla lenta consunzione
tenendo in sospensione il tonfo.
Sei la melassa che incolla al doloroso nulla
uomo di mobili sentimenti.
Io fuggita dal letto di Procuste
mi sono trovata sola
perché tutti memori di quella conveniente passione
hanno continuato ad adorarlo.
Ho filato con la seta
un bozzolo intorno a me,
l’ho fatto aderire al mio corpo
una morbida protezione.
Ma così avvolta sono stata facile preda del ragno
che mi ha trovata già confezionata
per il suo lauto pasto

vuoto

settantaseiparole

I fili delle mie ansie
hanno tessuta una coperta
che falsa protezione
si estende sul mio mondo.
Facile allo strappo
si trasforma in legacci
che bloccano gli arti della mia volontà
su una distesa color del tedio.
Una cartolina ed un bicchiere
per la mia salvezza.
La mano guida che accompagna il gesto
verso la mia libertà
ha dita sottili e diafane,
toccherà la creta che dal muro
genera hagodai,
e potrò sfuggire ai miei inseguitori

vuoto

ottantaseiparole

I poi divennero mai
e scivolai dalla scala dei se
sprofondai
nell’abisso dei forse
come pulce nell’acqua
a cercare una riva
un ucronico moto ondoso
a cullare la fissità del pensiero
il pensiero
che genera, nutre, accarezza
mostri
le valigie già pronte
ricolme di frasi
e l’eco di tutte quelle
parole melate
buone per avvolgere cioccolato
tra stelle e sudori.
tutto si è spostato
un prima un dopo un non più
e l’acqua lambisce
le labbra ormai viola
di Ofelia appena riemersa

vuoto

ottantasetteparole

la luna di Natale faceva impallidire il mondo,
avvolto in un pericoloso silenzio
un mondo senza voce
troppe le parole sprecate, tritate,
digerite, vomitate, disciolte nell’acqua e ribevute
mozze insegne al neon, incapaci di creare
prive del fuoco generatore
spedite a indirizzi inesistenti, anche il mittente lo è
raccolte in fasci e gettate ad ardere
senza nessuno da riscaldare
parole in galaverna senza possibilità di disgelo
parole da curare accudire da proteggere
da disperdere alla rossa luna d’agosto
per far rinascere le voci ancora assopite

vuoto

centoparole

uccisa da un’eclissi
ho versato l’inchiostro
sulla parola divina
così persi la mia
cercarono di riempire
la mia bocca con le loro,
ordite di consueto, scontate
anche io scontata,
comunque presente
e di valore nullo
ho camminato su distese di mercurio
che ad ogni passo si divideva
mostrandomi l’abisso
le troppe scarpe strette
mi hanno ridata la voce
e le parole nella mia bocca
si sono moltiplicate
l’eclissi torna sempre,
compagna del mio viaggio
si annuncia con brivido freddo
e passi di neve
congela il mondo
in un istante livido
poi lenta riparte e torna la luce

vuoto

sessantatreparole

vestita del tepore del sonno
il mio viso avvolto nei pensieri
porto al collo una collana d’aglio
per metter in fuga
gli spettri dell’animo.
hanno danzato tutta la notte
festosi al loro satanico convegno
si sono sfiniti per mostrarmi
la mia verità
hanno cucito per me
un abito di cocci di bottiglia
bellissimo e scintillante
così ammantata percorro la mia via

vuoto

centottantatreparole

Questo si vede
da dentro un bicchiere bagnato:
l’immagine della Madonna
convive col duo di chitarre,
la scultura di sassi e di spago
contende lo spazio sbiadito
al quadro di “cascata cinese” ormai spenta,
l’anarchia e la religiosità che occhieggiano
da dietro il bancone
ritinto nel verde nel fucsia ed azzurro,
coprendo quel legno
colore degli anni trascorsi,
azzurro è pure il rosario
di plastica e non di zaffiro,
che unisce il suo mesto destino,
alla medaglia del santo in rame del diavolo
che pende dalla parete.
la parete che ruba alla stanza dei piccoli
i fiori multicolori
luce nell’atmosfera cupa,
cupa la decorazione natalizia
caduta dietro il pianoforte chiuso
rimasta lì a guardar con invidia,
il calendario dell’avvento
ancora appeso a quel muro,
l’estinto estintore accanto alla stufa
ricerca quel fuoco che mai ha incontrato
l’Assunta Maria,
sorridente ed anarchica,
cinta di domestico alluminio,
il rosso cuore spinato di compagna,
offre la sua misericordia agli avventori
che bevono quel sangue divino,
nei loro bicchieri di osteria
e giù giù nel fondo
il dolce ricordo di Guido

vuoto

centounoparole

quattro tocchi
è l’ora del lupo
implacabile arriva
siede accanto al mio letto
pronto a dare inizio al suo pasto
divora i miei visceri
con lenta voracità
mastica con delicatezza
dalle carni lacerate affiorano
parole
parole che si moltiplicano
si accoppiano,
si riproducono a migliaia, e si ricombinano
ricreano percorsi, accadimenti
si rimischiano e scrivono
sceneggiature, partoriscono mostri,
compilano archivi infiniti,
tutti tasselli a incastro
gigantesche parole d’acciaio
pronte a schiacciare l’insetto
parole morsa, parole gabbia,
parole formalina
parole impresse su pellicola
che la luce del sole
annerirà al mattino
accanto ai ciuffi grigi
del pelo del lupo

vuoto

novantaseiparole

le tue mani pallide
hanno imbiancati troppi sepolcri
sotto le mie unghie c’è terra
l’ho scavata per costruire la mia tana
che con fatica
ho resa impermeabile
all’umido stillicidio della menzogna
che può marcirne le fondamenta
ho protetta contro il freddo dell’ipocrisia
che si insinua e ammala
ho isolata dalla mala aria
che si propaga di bocca in bocca
fino ad ammorbare la vita
ho riempita di cibo per l’anima
per la mia sopravvivenza
la tua calce qui non ha futuro
ma le tue mani ne serberanno
il ricordo per sempre

vuoto

centocinquantasetteparole

Voglio catturare l’aria
chiuderla in barattoli per i momenti bui
l’aria piena di canti del mattino
l’aria del frinire delle cicale
l’aria dello stridire delle civette
respirarla quando il fiato sarà corto
l’aria di luna
l’aria di noi
l’aria di perdersi
l’aria lontana di Milano
l’aria del buio di un cinema polveroso
l’aria di “si domani”
l’aria dei ritorni
l’aria di pioggia tanto amata
l’aria delle parole speciali
l’aria delle attese
l’aria degli abbracci
l’aria dell’insieme per mano arriveremo lontano
l’aria pungente dell’inverno avvolti in un unico caldo cappotto
l’aria della contestazione
l’aria della partecipazione
l’aria dei basta
l’aria dei no
l’aria di quando mi mancava l’aria
poi arrivavi tu che eri la mia aria
un giorno poi
aprirò questi barattoli tutti assieme
e prolungherò la mia vita
di un breve attimo

vuoto

centoquattroparole

Aurora ha ceduto il passo
a Melancolia
che sicura e sinuosa
si è installata
sul suo trono di freddo cristallo
lei, regina indiscussa del giorno.
Ed io, sono scivolata
su tappeti di perle
ho chiesto protezione alla vergine
la vergine di Norimberga
per il mio esorcismo.
Ho portato con me
pile di piatti sporchi
l’unto sulle mie mani
non si cancella,
emana l’odore di pesanti fardelli
cibi guasti, insipidi, indigesti,
zuccherini alla nausea.
La mia dimora si affaccia su uno spazio immenso
da percorrere a piedi nudi
camminando su vetri che il mare
ha smussato
e dolori che il tempo
ha acuito

vuoto

centosetteparole

Il tempo tassidermista
cuce e rattoppa
ma l’occhio vitreo
scivola, torna
a guardare il cielo
il cielo si appoggia
alla mia guancia
nel vetro liquido
di una finestra
e il treno
porta con se un passeggero
sempre sgradito
che scende ad ogni stazione
dell’attesa
il temporale della mia mente
inzuppa i nostri destini
li scioglie li ricombina
col muschio della memoria
fioriscono filatteri
ai piedi del kaki
parole luminose
che come coltelli tagliano
il nero per un “forse domani”
l’anello dell’inganno
è scivolato dal mio dito
tutte le sue gemme sono cadute
rimane un cerchio
di scuro metallo
che sparirà
inghiottito dal buio

vuoto

© litolatta - ilpigiamadelgatto